EST e OVEST

30 anni dal muro di Berlino

 

Cinzia Pierantonelli
(a cura di)

 

INTRODUZIONE
Confronti artistici ed europeismo a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino Per quasi cinquant’anni l’Europa è stata come congelata. Una parte del continente, praticamente scomparso nelle sue singolarità, si è impegnato a coltivare l’utopia socialista nella prospettiva di realizzare una società più giusta e egualitaria; l’altra parte, timorosa degli sconvolgimenti grandiosi quanto insondabili promessi dal propagarsi di tale ideologia, gli ha opposto strenuamente un’altra dottrina, quella del capitalismo liberale, fondata essenzialmente sul principio che il potere dello Stato debba essere limitato per favorire la libertà d’azione del singolo individuo. Le due parti si sono opposte in un lungo conflitto strategico e ideologico per il dominio dell’Europa e del Mondo.
Il 1989 fu l’anno degli sconvolgimenti. Mutamenti grandiosi modificarono senza possibilità di ritorno lo scenario della cosiddetta Guerra Fredda. Le rivoluzioni si propagarono in tutta l’Europa orientale, creando le condizioni per il crollo dell’Unione Sovietica. In Polonia la rinascita con l’impegno di “Solidarność”, a Praga la rivoluzione di velluto di Václav Havel, a Bucarest la deposizione e la fine della tirannide di Nicolae Ceaușescu. Il momento epocale dell’anno fu il fatidico 9 novembre 1989, giorno in cui il Muro di Berlino cadde.
Un periodo di straordinario progresso e di guerre totali, di crisi economiche e di grandi fasi di rilancio e di benessere, di mutamenti radicali nella società, nel costume e nella cultura era terminato. Il Ventesimo secolo, il “Secolo breve”, come lo definì lo storico Eric Hobsbawm, aveva impresso un’accelerazione sempre più esasperata agli eventi della storia e alle trasformazioni nella vita degli uomini e si era concluso con un crollo vistoso, tanto spettacolare quanto emblematico. I Berlinesi danzarono quel giorno sul Muro, simbolo per la città e per l’Europa intera di una divisione lacerante.
Amici, fratelli, fidanzati, genitori e figli a cui capitò la sventura di non trovarsi dalla stessa parte della città e di restare per 28 anni separati, diedero finalmente corpo all’immagine evocata molti anni prima dal Presidente americano Kennedy quando parlando da Rudolph-Wilde-Platz in occasione della visita ufficiale alla città di Berlino Ovest guidata dal sindaco Willy Brandt, disse: «Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire civis Romanus sum (sono un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner’». Tanto quel confine era diventato il segno di un’identità perduta.
Con l’inattesa quanto repentina scomparsa dei confini interni nel biennio 1989/1990, la capitale tedesca è velocemente assurta a spazio sensibile di riscrittura della storia e della cultura europea contemporanea. Dopo il 1989, infatti, si sono aperte opportunità e prospettive senza precedenti. Il terreno è stato preparato per la inevitabile e successiva fase di globalizzazione, con le sfide e le ombre inscritte in una nuova era politica, economica e sociale dagli esiti ancora incerti. Con l’ulteriore conseguenza che non sembrano poter essere rimpiazzate le due ideologie antagoniste del Novecento, che però avevano condiviso un linguaggio “razionalista” nell’ambizione alla modernità e avevano gareggiato in nome della maggiore diffusione (almeno nominale) di diritti collettivi ed individuali.
A oltre trent’anni di distanza da quegli eventi, gli artisti della Mostra “Est e Ovest tra convergenze creative e ricerche identitarie in Europa: riflessioni artistiche a ridosso dei 30 anni dal Muro di Berlino” sono stati chiamati a restituirci il senso del lungo percorso che la Germania e l’Europa hanno dovuto e in parte stanno ancora sostenendo nella difficile rielaborazione del recente divisivo passato. Gli autori hanno affrontato soprattutto il tema del mutamento dei valori sociali e politici dopo il 1989, esplorando il vasto campo dell’elaborazione delle ideologie e delle mutate mappe mentali di riferimento, alla luce dell’attualità nei rispettivi paesi di provenienza, sia dell’Est che dell’Ovest.
Le date simboliche sono affascinanti ma rischiano di deformare, a volte, la percezione della storia, che non procede quasi mai per cesure e radicali discontinuità; ciò suggerisce di guardare al 1989 risalendo più indietro nel tempo e scendendo fin nei dettagli delle vite di singoli, delle loro percezioni, delle memorie ricostruite o negoziate. Tanto lunga e pregnante è stata la storia del “Secolo breve”, altrettanto lunga e pregnante, ricca di conseguenze individuali e collettive, non poteva che esserne la drastica dissoluzione. La mostra propone quindi, un progetto di elaborazione profonda della memoria.
Dipinti, installazioni e sculture nascono da un reale processo di assorbimento ed interpretazione dei mutamenti storici che hanno riguardato gli artisti, coinvolgendoli sia come persone, sia in quanto cittadini europei.
Non si può sottacere, infatti, che la caduta del Muro aveva fatto sperare nella nascita accelerata di un’Europa più ampia e coesa, democratica e pacificata. I due amanti di una nota canzone di Lucio Dalla, scritta proprio su una panchina di Berlino, si promettevano che se il frutto del loro amore fosse stata una femmina, l’avrebbero chiamata “Futura”. Le opere della mostra “Est e Ovest tra convergenze creative e ricerche identitarie in Europa”, nel loro protendersi nel futuro rievocano anche le aspettative verso società possibili, inclusive e dialoganti. Tali riflessioni sono ancora di grande attualità, soprattutto alla luce dei preoccupanti fenomeni di sovranismi e nazionalismi che l’attualità sta fatalmente lasciando emergere.

Nicola Mattoscio
(Fondazione Pescarabruzzo)

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