Adriana Gandolfi
PRESENTAZIONE
Lavoro, elaborazione simbolica e trasmissione di saperi, come da tempo hanno rivelato gli studi linguistici, semiologici ed antropologici, sono privilegi degli uomini. L’Homo sapiens codifica e, quindi classifica la realtà in cui opera. Per mezzo di tali operazioni, che sono accettate sul piano simbolico, in quanto segni e veicoli di comunicazione, gli uomini interagiscono tra di loro. Nascono in questo modo svariati sistemi semantici, ciascuno con un proprio apparato simbolico tramite il quale gli uomini di un dato gruppo sociale si intendono e si organizzano. Vengono elaborati così i linguaggi gestuali e comportamentali, quelli orali e grafici, che consentono di trasmettere agevolmente il pensiero; si elaborano, inoltre, i linguaggi delle cose. Nei prodotti materiali della cultura, inoltre, ai significati simbolici, specifici della dimensione semiologica si correlano funzioni d’uso proprie dei diversi oggetti.
Le funzioni e le simbologie dei manufatti hanno sempre costituito, pertanto, aspetti importanti dell’elaborazione, produzione e diffusione della stessa cultura. Da queste forme di elaborazione culturale, sono derivate concezioni sia sull’oggettività, sia sull’efficacia semantica delle cose, tanto che, in certi casi, le loro funzioni e i loro significati simbolici sono esclusivi
rispetto a quelli pratici e operativi. Per esempio, la funzione simbolica di uno scettro e di una corona, che esprimono per convenzione sociale il potere del sovrano, è riposta esclusivamente nei significati di comando e di potere esercitati simbolicamente sui sudditi proprio tramite quegli oggetti.
Tra i prodotti materiali della cultura, a cui sono state attribuite sempre numerose valenze simboliche, si devono considerare i gioielli. Essi si collocano all’interno di diversi sistemi simbolici ai quali si connettono funzioni specifiche. Si va dal sistema simbolico santuario a quello di status e di ruolo sociale, da quello riguardante il “campo religioso” a quello più specifico del settore magico, ecc.. Ai gioielli, inoltre, sono stati riconosciuti anche altri significati ugualmente ascrivibili all’orizzonte simbolico, ma più strettamente connessi al loro valore economico e, quindi, determinati dal valore di scambio, così com’è avvenuto per le monete e, in generale, per le “merci”.
Si tratta di valenze che, sebbene convenzionali, dipendevano dalla qualità e dal connesso valore intrinseco dei materiali impiegati per la realizzazione. Il loro valore di scambio è sempre stato elevato. Essi hanno sempre avuto, peraltro, caratteri di distinzione nel contesto comunitario e nell’ambito dello status sociale. Gioielli, fregi e altre decorazioni del corpo e delle vesti, da sempre hanno costituito speciali segni distintivi di appartenenza a gruppi etnici, a ceti sociali, a particolari caste e corporazioni.
Soprattutto nei sistemi preindustriali, quando ancora non esistevano i mercati monetari e finanziari, il valore economico dei gioielli ha contribuito ad attuare una certa loro tesaurizzazione. Ciò si è verificato non tanto per le qualità estetiche e simboliche dei gioielli, quanto per il valore intrinseco dei materiali con i quali essi erano realizzati. Tuttavia si è trattato di un fenomeno che è rimasto circoscritto ai livelli sociali più elevati della nobiltà e dell’alta borghesia mercantile; questi, infatti, erano i pochi beneficiari di testamenti, com’è desumibile dagli inventari notarili, nei quali compaiono elenchi di gioielli, oltre ad altri beni. In gran parte della produzione pittorica che va dal Medioevo fino a tutto il XVIII secolo, i gioielli furono riprodotti indosso a personaggi di alto rango sociale, mentre i popolani sono solitamente privi di ornamenti preziosi e vestiti con abiti molto semplici.
Nei sistemi precedenti all’economia di mercato, i gioielli spesso venivano considerati come riserva di ricchezza, che garantiva una condizione di benessere costante, strutturata e organizzata secondo la stessa logica che serviva a realizzare la provvista delle derrate alimentari per garantire il cibo alla famiglia nei periodi di carestia.
Ogni realtà culturale ed ogni epoca, hanno prodotto e producono ancora oggi gioielli e in senso lato eventi adeguati alle esigenze funzionali, estetiche e simboliche della comunità che li realizza.
Per quanto riguarda l’Abruzzo, fin dalla preistoria, oro, argento e preziosi hanno auto un significato sacrale simbolico, collegato ai culti e alle cerimonie delle popolazioni, andando oltre la semplice funzione oggettuale. Tali usanze hanno favorito lo sviluppo di percorsi culturali autonomi, peculiari sia nella forma artistica e nella lavorazione degli oggetti, sia nelle tradizioni a questi strettamente connesse. Esiste una sorta di continuità culturale, comunque storica tra le testimonianze archeologiche che attestano la lavorazione artistica dei metalli in Abruzzo fin dall’Età del Bronzo e le manifestazioni popolari e devozionali più recenti di quest’arte.
Attraverso l’oreficeria si possono dunque anche riscoprire aspetti delle tradizioni abruzzesi, o conoscere i costumi pittorici tipici di alcune zone, strettamente connessi all’ornamento. Perfino le correnti artistiche grafiche e pittoriche della regione ne sono state in parte influenzate, riproducendo spesso, attraverso il costume o le scene di vita, i caratteristici gioielli indossati dalle donne abruzzesi. Ne sono un esempio eclatante i dipinti di Cascella o di Michetti, con i vistosi orecchini a cerchio indossati dalla “pacchiane” di Orsogna, che hanno finito per diventare uno stereotipo.
L’Abruzzo è una regione che, in passato come nel presente, ha dato molto all’artigianato orafo. Soprattutto tra il 1200 e il 1500 i maestri orafi e argentieri di Sulmona e dell’intera regione hanno realizzato produzioni di altissimo livello. Non esiste chiesa abruzzese, anche piccola, che non abbia celato qualche capolavoro sotto forma di croci professionali, calici, ostensori, ecc.. Accanto a questa produzione “di punta”, realizzata per una committenza soprattutto ecclesiastica a fini sacri, si affianca una produzione “di uso”, legata al costume e di chiara impronta popolare, sviluppatasi in particolare a partire dalla seconda metà del XVI secolo. È proprio nella seconda metà del XVI secolo che cominciano ad emergere Pescocostanzo e Scanno come centri di produzione orafa, a fianco dei luoghi tradizionali come Sulmona e L’Aquila.
Il benessere indotto dai commerci e dagli scambi lungo la “Via degli Abruzzi”, che portava da Napoli a Firenze, aveva creato le condizioni per la nascita di nuovi rapporti anche culturali con le zone più sviluppate del Nord già dal XIV secolo. La nuova committenza magnatizia, non più solamente aristocratica o ecclesiastica, aveva sempre più bisogno di maestranze artigiane per onorare adeguatamente il proprio status. Così, mentre L’Aquila si attardava nella lavorazione “aulica” dell’argento per una committenza “alta” in gran parte ecclesiastica, comunque locale, destinando le proprie botteghe a soccombere nel corso del XVII secolo di fronte alla schiacciante produzione napoletana, a Pescocostanzo e Scanno incominciava nella seconda metà del XV secolo una produzione di tipo popolare destinata a mercati via via crescenti.
Di Orsogna e Guardiagrele conosciamo la produzione anche attraverso documenti pittorici di notevole valore che Cascella, Michetti ed altri autori hanno messo in evidenza dando risalto alla ricchezza dell’ornamento. Oggi è ancora possibile ritrovare questa peculiare tradizione orafa artigiana soprattutto nei due centri di Pescocostanzo e Scanno; piccole botteghe hanno conservato stampi e antichi disegni di gioielli tramandati di padre in figlio da generazioni, insieme a tecniche di lavorazione rimaste sostanzialmente immutate.
In tempi più moderni si può certamente affermare che l’arte orafa stia conquistando un ruolo importante sulla scena degli studi storico-artistici. Quello che fino ad una generazione fa costituiva l’eccezione, oggi è la norma. Riviste, libri, mostre e musei danno sempre più spazio all’arte preziosa, che attira l’attenzione e sollecita l’impegno scientifico. I risultati non sono
sempre stati soddisfacenti né definitivi. Tempi e luoghi della complessa e varia storia orafa sono riempiti in misura diversa, e a volte, hanno risentito di pesanti condizionamenti.
L’idea di realizzare un volume di studio specializzato sull’argomento è apparso dunque di grande interesse. Il punto di partenza dell’accurata indagine della Gandoli è rappresentato dalla messa a fuoco dei singoli manufatti, come si fa in ogni indagine storico-artistica. Una volta acclarato questo indispensabile livello di base, il filo per legare tra loro i vari elementi è suggerito in modo spontaneo dalla natura stessa degli oggetti analizzati. A volte prevalgono i dati tecnici, a volte quelli stilistici. Affrontando questi studi su manufatti orafi, molto spesso si toccano argomenti che, per loro natura, sono vari e spaziano dalla storia del costume a quelli della liturgia.
L’autrice esamina ogni peculiarità degli amuleti e dei preziosi appartenenti alla tradizione culturale abruzzese, mettendone in evidenza forme, particolari, l’eccezionale qualità artistica e la simbologia, da punti di vista diversi, dunque, riesce a guidare il lettore in un’avventura conoscitiva singolare, e, al tempo stesso, in grado di soddisfare molte curiosità.
Dopo la lettura dell’opera il modo di guardare l’arte orafa abruzzese sarà sicuramente diverso.
Nicola Mattoscio
(Presidente Fondazione Pescarabruzzo)