UN SEGNO ROSSO

Pescara 1960-1981

L’arte contemporanea di ricerca e le sue relazioni italiane

 

Antonio Zimarino

 

PRESENTAZIONE

IL SISTEMA PESCARESE DELL’ARTE CONTEMPORANEA
Quando lo scenografo che ha allestito l’abbazia di Westminister per il matrimonio tra Kate Middelton e il principe William ha posto gli alberi lungo la navata centrale della chiesa, ispirato chiaramente da quelli fatti piantare da Joseph Beuys nel 1982 a Kassel, forse tra i molti spettatori del rito, che è stato anche un rito mediatico tra i più seguiti al mondo, pochi se ne sono resi conto. Parimenti, pochi avranno ricordato che lo stesso Beuys, lo “sciamano” dell’arte, che perseguì in tutta la sua ricerca creativa un’armonia superiore tra uomo e natura, aveva a lungo vissuto e operato nella Valpescara, fino a meritarsi la cittadinanza onoraria di Bolognano nel 1984, dove aveva realizzato numerosissimi interventi, tra cui la replica della trovata di Kassel con la messa a dimora di circa 7.000 piante per il ripristino della biodiversità.
Il segno rosso evocato dal titolo del bel libro di Antonio Zimarino rappresenta simbolicamente la connessione esistente tra questi eventi. Un segno rosso, Pescara 1960-1981. L’arte contemporanea di ricerca e le sue relazioni italiane vuole infatti mettere in evidenza i collegamenti, noti e meno noti, tra il centro e la periferia del mondo dell’arte contemporanea. Il “centro” è costituito dai poli attrattivi di più grande rilevanza a livello nazionale e a volte anche internazionale, mentre la “periferia”, per utilizzare un termine che funziona bene nel binomio, ma in questo caso è più che mai opportuno impiegare con cautela, è rappresentata dall’area centro-adriatica. Non una precisa entità geografico-amministrativa, come ci si aspetterebbe, bensì un’estesa area sociale e culturale, avente il proprio epicentro a Pescara, che si è evidenziata in seguito ad un lungo e complesso lavoro di ricostruzione sociologica del sistema di relazioni umane, intellettuali, politiche, commerciali orbitanti intorno alla sfera dell’arte di ricerca visiva svolta in Abruzzo tra il 1960 e il 1981.
Il libro è il risultato di un’ampia indagine in cui si analizzano i principali fattori del complesso sistema che anima l’arte contemporanea: operatori (artisti, galleristi, esperti, critici), pubblico, mercato. La rassegna di dati, già di per sé storicamente rilevante, è poderosa: i nomi, gli indirizzi, tutti gli eventi più significativi che si tennero nei ventennio preso in esame sono ampiamente rappresentati, spiegati e discussi nel testo, dando luogo ad un vero who’s who, ricco di notizie biografiche e altre informazioni utili sui protagonisti che più hanno contato nell’evolvere di quel periodo nell’esperienza artistica del contesto medio adriatico che si qualificò come una delle più interessanti “periferie” dell’arte contemporanea. Sul tema, dunque, siamo di fronte ad un’opera che sarà impossibile non consultare, d’ora in avanti, e che di certo orienterà le ricerche a venire.
Dalle vicende così ben determinate e ricostruite, Antonio Zimarino trae le evidenze per individuare un preciso ambiente culturale di riferimento, il perimetro di quella che lui chiama, appunto, l’area centro-adriatica, che appare un vero archetipo nella storia dell’arte, non secondario o subordinato rispetto ad altre realtà più centrali, anzi capace di lasciare un segno davvero originale, una propria visibilità persino identitaria all’interno della narrazione “policentrica” della cultura artistica della contemporaneità. Pescara come New York, Londra, Parigi, Milano o Venezia? Rispondere affermativamente denoterebbe solo una provinciale velleità, ma interrogarsi sul perché di tanta intensiva presenza a Pescara dei fermenti che in quelle città più importanti trovano modo di esplodere con la rilevanza che conosciamo, forse aiuta a capire meglio le ragioni di un “punto di svolta” nella storia dell’arte. Il bisogno di nuova sperimentazione avvertito anche in “periferia” finisce in questo caso per caratterizzare significativi “momenti di fluidità” nelle relazioni con il “centro” e con le prospettive del tempo, tali da poter rinviare a quanto gli studiosi delle scienze politiche e sociali prefigurano con l’affermarsi di nuove fasi storiche, che nello specifico comportano cambiamenti nello stesso sistema dell’arte. Negli anni Sessanta e Settanta il concettuale e lo sperimentale furono la cifra degli operatori “locali” che dimostrarono una straordinaria capacità di agire, singolarmente e più di rado in modo collettivo, per dialogare con esplosiva creatività con i “centri” di riferimento tematici e formali del tempo.
A Pescara il Liceo Artistico Misticoni fu un vero e proprio propulsore di sperimentazione. A L’Aquila si fece notare l’importante rassegna Alternative Attuali patrocinata da Enrico Crispolti e Antonio Bandera. A Termoli si tenne il Premio omonimo sospinto da Achille Pace. Penne fu il luogo della Biennale d’arte e della notevole attività dell’arazzeria omonima. Francavilla proseguì con costanza il prestigioso Premio Michetti. Bolognano fu la sede privilegiata delle iniziative di Buby Durini e Lucrezia De Domizio Durini. In quest’area, tra il 1960 ed il 1981 si è assistito all’ascesa e declino di un vero e proprio sistema culturale, artefice di proposte davvero originali ed innovatrici nel campo artistico/visivo.
Le gallerie private alimentarono il crescente mercato moltiplicando le mostre a carattere stabile o periodico. Molti spazi divennero ambienti laboratoriali, aperti alla sperimentazione più avanzata. Si pensi al ruolo di Giuseppe D’Emilio, un operatore culturale dalla fortissima carica etica, che con la sua Convergenze mise in campo un progetto davvero utopistico, emblematico per l’intera vicenda rappresentata nel volume.
Accanto a lui ricordiamo anche Andrea Carnemolla della Cooperativa Esperienze Culturali, con il fulcro tra Bari e Pescara, o ancora la galleria Mauric Renaissance, animata da Claudio Totoro e Marcello Corazzini.
Tra le altre gallerie private aperte alle proposte più innovatrici funzionarono Il Triangolo, I Diamanti, Lo studio LD, la Galleria De Domizio. Discorso a parte meritano la Galleria Coen & Pieroni diretta da Mario Pieroni e in seguito lo Studio Cesare Manzo. Per quanto riguarda la prima, agli inizi degli anni ’70 la normale attività di vendita di arredamenti, antiquariato e tappeti, seguendo la contaminazione dell’art design, si arricchì degli arazzi concepiti da Giacomo Balla, realizzati da Fernando Di Nicola e dall’Arazzeria Pennese, e degli arredamenti ideati da altri importanti artisti: è il background da cui ha origine forse una delle più importanti collezioni del mondo nel filone che va dall’arte povera alla land art. Lo Studio Cesare Manzo, invece, si affermerà come uno dei principali punti di riferimento nell’intercettare la varietà dei nuovi linguaggi, che si sperimentavano a livello globale.
Su opere e artisti si pubblicarono ogni sorta di scritti, per spiegare i significati e magnificare i lavori.
Gli stessi furono contesi dalla ricca borghesia e dalla sempre più importante classe media desiderose entrambe di acquistare, tramite il viatico dell’arte, uno status symbol in grado di esibire e di comunicare la condivisione della raffinatezza, dell’apertura mentale, del collegamento ideale e trasgressivo con le più rinomate capitali, motori dell’impetuoso progresso di quegli anni. Tutto si mosse in azione sistemica ottimamente scandagliata nel testo. Da che cosa è fatto un micro sistema culturale? Da incontri, relazioni, ispirazioni, frequentazioni, rapporti tra artisti e domanda culturale e commerciale, soprattutto da parte del mercato privato, anche se si notano pure le committenze pubbliche. In questo substrato il testo affonda l’analisi, senza dimenticare di riportare il confronto sulle idee dei protagonisti, le discussioni pubbliche, i grandi eventi, il contatto con ambienti culturali da e verso Pescara, i tanti fermenti volti a sperimentare tutte le innovazioni comuni solo a poche città ben più blasonate.
E del resto, conclude l’autore, sul piano culturale la presunta “perifericità” non stabilisce nulla del valore di un’opera o di un evento, se non a livello di marketing. Il volume ci segnala almeno tre generazioni di artisti attivi sul territorio, sperimentatori in collegamento con le dinamiche più ampie del contemporaneo:
Giuseppe Misticoni, Elio Di Blasio, Alfredo Del Greco e con traiettorie differenti anche Angelo Colangelo, seguiti da artisti di spicco come Ettore Spalletti, Franco Summa, Sandro Visca, Albano Paolinelli e Dino Colalongo, insieme a numerosi altri meno noti e diversamente protagonisti, fino ad arrivare alla generazione degli “allievi” come Andrea Pazienza, Tanino Liberatore e Antonio Matarazzo, ciascuno originale a modo suo. Si può parlare di scuola pescarese? Nella risposta sta una delle sfide dello studio di Antonio Zimarino.
A lui siamo grati per aver riproposto un’eccezionalità da conoscere e ancora da approfondire di cui continuiamo ad ignorare, probabilmente, la vitalità e la rilevanza nel periodo di massima espansione e nel lungo termine che ne segue, soprattutto nel complesso intreccio “centro-periferia” dell’arte contemporanea in Italia e non solo.
“Spesso l’arte contemporanea – scrive Angela Vettese – ci sembra un mondo chiuso e ripiegato sui suoi meccanismi. Piace a molti pensare che si tratti di sola speculazione, ma moltissime delle forme dei metodi e dei codici con i quali è fatta la nostra cultura nascono in quell’universo, saccheggiato più o meno consapevolmente da chi si occupa di comunicazione visiva”. Anche l’esperienza del sistema pescarese dell’arte contemporanea pare testimoniarlo, a partire dai suoi incisivi riflessi sulle dinamiche socioculturali del più ampio riferimento del medio adriatico italiano, nonché su quelle nazionali e oltre.

Nicola Mattoscio
(Presidente Fondazione Pescarabruzzo)

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