FRANCESCO PAOLO MICHETTI E IL SUO TEMPO IN ABRUZZO

Fabio Benzi
(a cura di)

 

PRESENTAZIONE

Il presente catalogo è una storia che ripercorre la vicenda personale ed artistica di Francesco Paolo Michetti, autore abruzzese di cui sarebbe stato difficile ignorare, fin dagli esordi, la grande e promettente personalità di rilievo nazionale ed internazionale.
Partito da Chieti, Michetti aveva esercitato quel tanto di disegno e di pittura necessari a dimostrare le proprie attitudini ed ottenere un sussidio per trasferirsi a studiare all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, dove prima di lui erano approdati da Vasto i fratelli Palizzi e insegnava anche il grande pittore pugliese Domenico Morelli.
L’artista era maturato così, prendendo spunto dal gruppo di pittori costituiti nella scuola di Rèsina in cui emergeva la figura dell’amico Giuseppe De Nittis, e dai coevi sperimentatori toscani prossimi agli ideali dei macchiaioli, quali il livornese Fattori o il ferrarese Boldini.
Nel comune interesse verso il verismo, l’obiettivo principale dei giovani innovatori fu di dipingere in contatto con la natura. Di rendere cioè, nell’interpretazione più autentica del reale, la vitalità dell’atmosfera circostante, trasponendo nel contempo l’emotività dell’artista all’interno dei quadri. Dirà di Michetti il pittore e ritrattista spoletano Italo De Sanctis: “Per [lui] il bello era un’eco raccolta nel cuore, il vero visto nell’estasi, un sogno ad occhi aperti. La sua formula definitiva sarà: sognare davanti al vero”.
Al 1871/72 risalgono il primo fondamentale viaggio a Parigi e l’esposizione delle opere nel Salon della capitale francese. Più volte ripetuta negli anni, l’esperienza parigina fece compiere all’artista un salto di qualità, mettendolo in più stretto contatto con i maggiori pittori del periodo ed offrendogli un notevole successo di critica tra il pubblico di un ambiente privilegiato. Il successo del sogno Michettiano fu consacrato dall’ingresso nella scuderia del noto mercante Reutlinger e dalle vendite all’ estero a cifre vertiginose: persino l’imperatore Guglielmo II volle per sé una tela, lo strepitoso Corpus Domini.
In tutta la produzione l’Abruzzo rimase l’ispirazione emotiva ed estetica prevalente.
L’autore seppe catturare superbamente la gente, il paesaggio, la tradizione e i costumi della terra d’origine in dipinti carichi di emozioni, di colori luminosi e di luci vibranti, peraltro ponendo nella densità dei quadri un costante richiamo alla sua stessa personalità. Michetti offrì un reportage ante litteram sulla realtà di un popolo affamato, legato ancora a pratiche superstiziose, ma seppe sublimarne le interpretazioni e i gesti concreti e metafisici in preziose e raffinate visioni.
È un fatto che l’arte di Francesco Paolo Michetti seguì una maturazione costante, in ragione di una lunga ricerca compiuta dall’artista nel campo della tecnica, specialmente fotografica, e nella documentazione antropologica.
Del resto, il temperamento poliedrico ed innovatore di Michetti rese la sua casa-studio di Francavilla un punto di riferimento per i molti contemporanei che come lui eccelsero nelle arti. Ecco perché, al nucleo di opere relative all’iconografia michettiana, si è voluto annettere, nel catalogo, un’ampia rappresentazione delle opere di Giulio Sartorio, Pasquale Celommi, Costantino Barbella, Basilio Cascella e Tito Pellicciotti, allo scopo di rendere il senso profondo del laboratorio multidisciplinare che fu il cenacolo francavillese.
Lo stesso artista, nel Novecento, si misurò con altre forme di linguaggio mettendo a frutto il proprio intuito in fotografie, litografie, terrecotte e bozzetti scultorei in cui espresse appieno l’interdisciplinarità della propria arte. Per cogliere l’acutezza della ricerca formale e stilistica di Michetti basterà richiamare alla mente i tagli fotografici dei quadri e l’organizzazione spaziale delle grandi tele che sembrano anticipare i piani sequenza cinematografici.
Nelle opere della maturità, Michetti riuscì ad esprimersi in un nuovo simbolismo e allo stesso tempo a riferirsi ad uno stile giapponese che aveva sempre apprezzato ed amato; uno stile noto soprattutto come “pittura giapponese” che si sviluppò nel periodo Meiji (1888-1912) e che non a caso nel Paese del Sol Levante veniva contrapposta alla inedita “pittura occidentale” frutto dell’influenza dell’arte europea e nordamericana. È nell’esperienza dell’arte tradizionale nipponica che il nostro autore riscontra per analogia la sua ispirazione anche in tutto ciò che gli appare “tradizionale” nella pittura europea.
La mostra Francesco Paolo Michetti e il suo tempo in Abruzzo, insieme al catalogo ad essa collegato, intende restituire a Michetti la dimensione autenticamente internazionale che l’artista ebbe in vita, nonché la capacità di interprete originalissimo della cultura continentale a cavallo dei due secoli.
Artefice di un Mainstreaming europeo, Michetti sperimentò in ambito circoscritto, registrando ed assimilando dalla regione d’origine le situazioni di vita reale che seppe poi tradurre in opere caratterizzate da un linguaggio minuzioso, vivo e drammatico, per tanti versi anticipatore delle forme dell’avanguardia impressionista e post impressionista. Egli incise così profondamente nella storia dell’arte e della comunicazione internazionale contemporanea. Mi sia permesso di ringraziare in chiusura il curatore, Fabio Benzi, per l’intervento critico che ci permette un apprezzamento scientifico della vasta produzione michettiana di cui manca, ad oggi, una rassegna completa ed esaustiva. Ringrazio altresì il direttore del Museo Paparella Treccia, Augusto Di Luzio, per l’opera instancabile di promozione delle eccellenze artistiche regionali: Francesco Paolo Michetti e il suo tempo in Abruzzo è di certo un’esposizione meritevole di essere accostata alle precedenti mostre di rilievo nazionale e internazionale tenute a Roma nel 1999 a Palazzo Venezia e nel 2016 alla Galleria Berardi.

Nicola Mattoscio
(Fondazione Pescarabruzzo)

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