La pittura semantica istintuale

Testi critici a cura di
Pietro Francesco D’Amico, Massimo Pasqualone

 

Alessandro Biondo

 

PRESENTAZIONE
Filo conduttore delle opere di Alessandro Biondo è la ricerca di un linguaggio artistico immediato, che sia in grado di giungere facilmente al pubblico e di instaurare un dialogo diretto con i fruitori delle sue opere. La comunicazione ed il linguaggio divengono irresistibili fonti di attrazione per l’artista dal momento in cui, nel 1991, egli compie una svolta verso quello stile pittorico che Luciano Lattanzi ha definito arte semantica. La scrittura, i simboli alfabetici, il rapporto tra segno e sembiante, infatti, sono alcuni dei temi tipici declinati sulla tela insieme a molteplici suggestioni ed echi lontani, provenienti tanto dalla scrittura pittografica sumera quanto dai disegni primordiali dei bambini. Nel suo lungo percorso artistico, Alessandro Biondo non ha mai smesso di tener fede a quel voto di immediatezza espressiva che è la cifra ultima del suo lavoro d’artista. Rifuggendo facili accademismi e la pittura di maniera, ha preferito percorrere nuove strade per raggiungere uno stile personale, autentico, divenuto con gli anni inconfondibile. E il successo conseguito, in campo nazionale ed internazionale, dimostrano la riuscita della sua ricerca e il felice rapporto instaurato con il pubblico. La Fondazione Pescarabruzzo è quindi orgogliosa di ospitare nelle sale della Maison des Arts, le magnifiche creazioni di un’artista che torna a “casa” dopo una tournée che lo ha visto approdare a Roma e, per ben due volte, in Cina, rinnovando così un patto di amicizia che lo lega non solo in particolar modo alla stessa Fondazione che ho l’onore di presiedere, ma alla nostra intera comunità.

Nicola Mattoscio
(Presidente Fondazione Pescarabruzzo)

IL RICHIAMO DEGLI ARCHETIPI E LA LINGUA ANCESTRALE DELL’ARTE
Secondo l’estetica crociana ogni manifestazione artistica altro non è che la volontà di esprimere un concetto, di manifestare un’intuizione anche quando-estremo paradosso-si denuncia l’impossibilità di dire, l’incapacità di affermare e ci si arrende alla soverchiante supremazia del non essere. Dunque, arte è comunicare? Alessandro Biondo non ha dubbi circa la risposta a questo interrogativo. Per lui, l’arte- ed essa sola- può cogliere le segrete relazioni che uniscono uomini e mondi, culture e società lontane nel tempo come lo spazio, perché ad essa soltanto è stato concesso il potere di parlare agli uomini oltrepassando confini terreni e barriere ideologiche. L’identità ontologica tra arte e comunicazione risiederebbe, quindi, nella necessità hegeliana dell’arte di realizzare se stessa attraverso un palingenetico slancio comunicativo, dal quale promana un messaggio rivolto, indistintamente, a tutta l’umanità. In questa visione della vita e della storia, compito dell’artista è ricercare un linguaggio figurativo che sia direttamente fruibile e universalmente comprensibile senza la mediazione di sovrastrutture sintattiche.
La riflessione sul linguaggio presuppone, a sua volta, il riconoscimento dell’alterità come statuto morale e limite etico dell’io: l’identità di ognuno si fonda e si realizza nella relazione con l’altro. Ma di quale identità, di quale relazione è in cerca l’artista? Se la conoscenza di sé passa per la ri-conoscibilità dell’altro (l’alterità come specchio dell’anima), allora la ricerca di un linguaggio artistico universale è volontà di conoscere l’identità più profonda dell’uomo, è volontà di scoprire quei legami invisibili che fanno della variopinta compagine umana un cosmo
ordinato, che risponde ad una razionalità primordiale. Il rischio di una simile ricerca è di apparire velleitaria dinanzi alle tante differenze (e indifferenze!) che allontanano gli uomini quando non si traducono apertamente in un motivo di conflitto. Già Erodoto aveva intuito che fra i popoli tanto diversi e distanti esistessero dei valori condivisi, delle regole comuni che riflettevano, a suo giudizio, un loro idem sentire. Ma non sono soltanto i fondamenti della legge morale a unire l’umanità. Le ricerche di Rodha Kellogg sui venti scarabocchi di base, comuni ai bambini di ogni tempo, hanno rimarcato la capacità del segno astratto di farsi simbolo universale, veicolatore di un misterioso carico di significati.
Sensibile ai risvolti artistici di queste riflessioni, Alessandro Biondo ha così proceduto alla sistematica semplificazione delle forme attraverso l’uso di tessere multicolore, inscritte all’interno di una “architettura” sobriamente geometrica o vorticosamente costruita: sulla tela prendono vita ricordi di aquiloni, epifanie di cerchi, giardini segreti e eteree gravità di bolle di sapone. A volte, il concettualismo del segno si fa più marcato per l’essenzialità della composizione o per l’atonalità del fondo che, come una lente di ingrandimento, costruisce illusioni mostrando mondi fantastici e pianeti immaginari. L’artista penetra le infinite declinazioni dell’esistenza alla ricerca di quei legami fra uomo e natura, metafora ultima del segreto ancestrale della creazione. Anche l’esplorazione dei fondali marini altro non è che volontà di afferrare le verità nascoste del cosmo, volontà di cogliere-per un attimo-il ritmo del mondo, sorpreso a volteggiare la danza segreta di un eterno ritorno. L’esito complessivo è uno stile ludico, immediato, istintuale in cui riemerge-voluta reminiscenza-quel corredo espressivo che contraddistingue le infanzie di ogni epoca. Attraverso suggestioni fiabesche e racconti giocosi, l’artista tenta di declinare le regole di un linguaggio pre-babelico, universale perché primitivo, riconoscibile perché appartenente alla millenaria koiné umana. L’arte di Alessandro Biondo trasmette un messaggio positivo e pieno di speranza nel paradosso della nostra società globalizzata e interconnessa, troppo spesso incapace di comunicare significati: egli rivendica la perennità di un alfabeto ludico internazionale, limite o varco alle oniriche vie dell’archetipo, le cui primordiali intuizioni guidano l’uomo verso il ritorno ad una dimensione edenica, atemporale, in consonanza con l’armonia primigenia della creazione.

Pietro Francesco D’Amico

L’ALFABETO SEMANTICO DI ALESSANDRO BIONDO
E’ quella dell’artista, una missione esigente, soprattutto in una realtà dove l’arte agli occhi dei più è vanità nel senso qoheteliano del termine hèvel, un fiato che non sembra avere grande importanza un vapore che si dissolve presto, ma che, dal sorgere dell’umanità, non cessa di mostrare tutta la sua forza, oltre il tempo e lo spazio.
Gli approdi semantici di Alessandro Biondo rappresentano, infatti, una sintesi ermeneutica di straordinaria intensità, con quelle sospensioni spazio-temporali che avvincono il lettore dell’opera sua attraverso quello che oserei definire “grammatiche connettive”, individuabili nella capacità da un lato di possedere la struttura circolare del tempo in una rinnovata filosofia della storia, dall’altro di accedere alla sospensione del tempo che attraverso squarci e crepacci zetetici si rifà a segni arcaici, comunque sedimentati nella e dalla storia.
Questo perché, dice Georges Jean: “Alcuni segni hanno attraversato la storia. Come certe acque pietrificano ciò che trovano lungo il loro corso, il tempo li ha caricati di senso e mutati in simboli. Altri, sprofondati nell’oblio, sono tornati allo stato di segni convenzionali. Ma proprio nel tempo si legge la capacità di un segno di ancorarsi alla storia di un popolo, per iscriversi, come simbolo, nella memoria collettiva.”
Tra questi, primaziale, il cerchio, simbolo della memoria collettiva, che può essere rintracciato in quell’universo spirituale che non contrappone le religioni occidentali a quelle orientali ma, sia attraverso il cristianesimo, sia attraverso il buddismo tibetano, ci conduce al simbolo di perfezione e al “labirinto” , simbolo di ricerca interiore e di viaggio iniziatico ( e sappiamo quanto Biondo sia attento a questo processo sincretico).
E così anche il nostro sguardo inizia dal cerchio, perfetto nei suoi equilibri, sia come elemento decorativo a forma di rosa nei lacunari della sottocornice del tempio pagano, sia come grande finestra circolare a raggiera delle chiese romaniche e gotiche, quasi occhio (archetipi sono gli occhi delle basiliche romane del V e del VI secolo), in cui-sottolinea opportunamente qualcuno “andamento verticale ed orizzontale, cerchio, quadrato e triangolo, simmetria radiale e modulare concorrono insieme verso la sintesi compositiva in cui equilibrio dinamico e perfezione statica coincidono”.
La ruota, dunque, che richiama il mandala indiano, il cerchio che racchiude il loto, secondo la condivisa etimologia sanscrita. E per noi c’è un prezioso corrispondente occidentale del loto: la rosa. E la rosa è il labirinto, è il ciclo della vita, è il fiore simbolicamente legato alla devozione della Madonna, accompagna da sempre i momenti più importanti del cammino umano, sacro ad Iside in Egitto, ad Ishtar in Mesopotamia, ad Afrodite in Grecia, a Venere a Roma.
Ed ecco che, in questa seconda navigazione, Alessandro Biondo affronta, tra gli altri, il problema della visione del tempo che tende ad appiattirsi inesorabilmente sulla contemporaneità, nella consapevolezza che non vi è più una concezione totale della storia ma vi sono differenti storie, che contribuiscono all’interruzione della continuità del tempo, nella amara convinzione che il presente del postmoderno è un presente che non ha più memoria storica del passato e non progetta più un futuro, con quello che si può definire schiacciamento sull’immediato, sulla moda, sulla novità fine a se stessa. Ecco, dunque, la dimensione del ricordo che stimola le coscienze, quello scire est meminisse che Hegel fa suo nel noto “un popolo che non conosce la sua storia è destinato a ripeterla”.
È, dunque, per fortuna, che è sempre e comunque circolare, che è una ruota, come ci ricorda uno degli autori più amati da Biondo, quel Dante di Inferno, XV, 95; XXX, 13 e Paradiso XVI, 84. E’ tutto, come una ruota, torna su se stesso, la ciclicità della vita e della storia. E poi la spirale o scala, da un lato simbolo della vita, dai gradini sempre troppo alti per le nostre corte gambe, dall’altro simbolo dell’artista che, in modo neoromantico, manifesta quella sehnsucht, quella aspirazione all’infinito che poi, come nelle opere presentate, è anche frammentazione del finito e del fenomenico, con quel recupero postmoderno dell’immanente e del trascendente che alcune opere così bene indicano.
Alessandro Biondo attinge, dunque, da varie sapienze, accadiche e sumere, da quei filosofi greci che nella Magna Grecia hanno sviluppato orientamenti di straordinaria attualità, dai contemporanei come Bergson e la Kellog, il Bergson del noto aforisma. “La vita è sempre creazione, imprevedibilità e, nello stesso tempo, conservazione integrale e automatica dell’intero passato”. Che penso si addica appieno alle composizioni semantiche del nostro artista.

Massimo Pasqualone

 

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