Forma, identità e memoria della città fra il XIX e XX secolo
Antonello Alici, Paolo Avarello, Carlo Pozzi
PRESENTAZIONE
“Ricordo una Pescara diversa, con cinquemila abitanti, al mare ci si andava con un tram a cavalli, una Pescara piena di persone e di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle. Ciò che mi ha sempre colpito della Pescara di allora era il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito”.
Ennio Flaiano, in questa lettera a Pasquale Scarpitti, ci trasmette una felice immagine di un periodo in cui fu finalmente unito il piccolo borgo marino di Pescara, che il poeta Bruno Marin descriveva bagnato di una “luce marina del colore della malachite”, stretto intorno ai bastioni della sua fortezza, alle paranze dei pescatori e al fondaco del sale, con il florido e disteso centro di Castellammare Adriatico, con la sua vocazione agricola, commerciale e residenziale.
L’imponente stazione ferroviaria del 1863, l’intraprendente borghesia progressista e le grandi vie intitolate ai padri della democrazia risorgimentale, a Giovanni Bovio e a Nicola Fabrizi. Una unione di genti verso la cui concordia d’Annunzio pronuncerà la celebre frase:
“sono Castellamarese da sempre, non meno che Pescarese”; dopo le aspre rivalità tra le due sponde del fiume che lo stesso trattò nella novella “La Guerra del Ponte”.
Questa unione, auspicata in chiave democratica fin dagli anni Ottanta dell’Ottocento si realizzò in concomitanza con la promozione di Pescara a capoluogo di provincia, conducendo ad un’entità territoriale compattamente continentale, con sbocco al mare, che inglobava la valle del Pescara fino ai centri industriali di Bussi e Popoli compresi, infrangendo la dialettica plurisecolare del citra e dell’ultra, risucchiando la nuova grande città attraverso l’entroterra rurale, in funzioni modestamente burocratiche e turistiche, scompaginando le vecchie suddivisioni amministrative.
I risultati furono di rendere Pescara l’unica, seppur gracile, presenza modernamente urbana di un Abruzzo che si trovò ad affrontare la crisi e il trauma della Seconda Guerra Mondiale con strutture assolutamente anacronistiche rispetto al mondo contemporaneo, anche a causa del persistere dei vincoli vessatori del lodo Bottai.
Da Giulianova a Popoli si costituiva un semicerchio gravitate su Pescara con notevoli omogeneità, al cui centro altri insediamenti industriali, come quelli della Val Pescara, garantivano una certa logica di modernità e sviluppo.
Simbolo modernista di questa logica fu indubbiamente la Coppa Acerbo, la grande manifestazione motoristica che veniva a suggerire un modo diverso di intendere la città rispetto al paternalismo notabiliare nel quale la gestione del potere era ancora impantanata.
Purtroppo, negli anni successivi, la tragedia della guerra non risparmiò la nostra città, funestata dall’eccidio nazifascista di Colle Pineta e dalle devastazioni dei bombardamenti del 1943 con migliaia di vittime civili. Furono tragedie per le quali non deve esserci oblio, perché, come ammonisce il pescarese Federico Caffè, economista e rigoroso riformista, “occorre fare appello ad un vigile senso critico e ad una lunga memoria che, nell’efficacie collegamento tra il presente e il passato, trovi il migliore antidoto al sottile veleno delle presunte certezze”.
La democrazia sospesa in quei tragici anni, rifiorirà con il sorgere delle nuove forme di comunicazione politica, che nel secondo dopoguerra furono rappresentate da imponenti movimenti di massa e dalla libertà di scrivere sui muri, di fare manifesti e volantini e di parlare nelle piazze in quelle straordinarie forme di partecipazione che sono stati i comizi del dopoguerra.
L’evento sportivo più importante di quegli anni era il Trofeo della Liberazione, intitolato al martire dell’antifascismo, Giacomo Matteotti. Quella gara ciclistica di valore internazionale ha simboleggiato la liberazione dal fascismo e la rinascita di Pescara.
Nonostante una situazione demografica resa instabile dall’emigrazione di tanti uomini costretti a fuggire dalla fame e dalla miseria (un fenomeno che in Abruzzo fu assai più lungo e organicamente estenuante che altrove), furono avviati con coraggio e solerzia un processo di industrializzazione, una politica infrastrutturale e una lotta alla disoccupazione (tematiche
intorno alle quali si raggrupparono e articolarono le forze politiche locali e sindacali), superando speditamente le fasi di una prima ricostruzione.
Pescara, che per la sua stessa collocazione geografica e successiva ambientazione di genti e civiltà, è immersa nella storia, recepisce e riflette con prontezza ciò che la circonda, ripartendo grazie alle capacità di una città che nelle parole di Mario Sansone, era “protesa con una vitalità prepotente verso l’avvenire, destinata ad accogliere con un crescendo inarrestabile tutte le genti d’Abruzzo che lasciano i morti e vanno verso il mare, ad assidersi fra i maggiori insediamenti rivieraschi dell’Adriatico”.
In sostanza, l’atteggiamento di chi si accinge a ripercorrere la memoria e l’identità della città di Pescara tra il XIX e il XX secolo, sfogliando questo volume come se fosse una serena conversazione, dovrebbe essere quello di chiedersi con passione quale sia stato il ruolo della città, del porto e dei colli, del litorale e della stazione, delle lapidi e delle culture, dei suoi uomini e delle sue donne, sperimentando di volta in volta i diversi itinerari, inserendo i momenti dialettici della guerra, della resistenza, della ricostruzione, dell’emigrazione, per comprendere le radici del suo complesso presente.
Solo così si potrà intraprendere un completo e consapevole viaggio nella storia di Pescara. Una città che ha saputo scegliere con passione e determinazione la via del progresso e dello sviluppo, e che ha affrontato e superato gravi difficoltà con coraggio e impegno comune degni di un grande popolo.
Gianni Melilla
(Presidente Consiglio Comunale Pescara)